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L_Antonio
Odio gli indifferenti


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17 giugno 2013

Un uomo solo

C’è un punto che fa discutere e lascia perplessi nel documento bersaniano ‘Fare il PD’. Ed è lo strano connubio stabilito tra la tragica scissione tra politica e potere constatata in più passi, da una parte, e la soluzione (semi)presidenzialista affacciata (seppur quale soluzione compromissoria con la destra) dall’altra.  L’accento sull’ “impotenza dei partiti, del Parlamento e del governo” e sulla politica “che sempre di meno è il potere di fare le cose, di trasformare la realtà, di decidere” viene accostato pericolosamente alla soluzione istituzionale di tipo (semi)presidenziale. Come se questo strumento fosse davvero quello opportuno per “restituire potere decisionale e prestigio al processo democratico”. Come se la politica fosse stata ‘sciolta’ dal potere proprio a causa del proporzionalismo, della crisi della rappresentanza, della debolezza degli esecutivi e non da una processo più largo, dalla progressiva ridistribuzione di potere dalla politica stessa alla finanza, alla comunicazione, alla Tecnica in genere intesa come imponente dispositivo capace di prendere il controllo della situazione, determinare modelli, pensieri, comportamenti, trasformandosi persino in una speciale etica individuale e di gruppo. Nonché dalla spoliazione degli organismi istituzionali tutta a vantaggio di oligarchie di vario segno. Non sarà certo la soluzione (semi)presidenziale a rimettere in sella la politica, riabbinandola al potere reale di cambiare, trasformare, governare i processi. Semmai, al contrario, si tratta di risollevare le sorti delle istituzioni, ridare forza e prestigio agli organismi di rappresentanza, snellendone le funzionalità, migliorandone l’efficienza. Piuttosto che negare la favola dell’uomo solo al comando solo a parole, ma rincorrendola nei fatti. Correre dietro alle illusioni è, appunto, l’ennesima illusione.

E allora. ‘Che fare’ affinché la politica riconquisti potere? E ancor prima: è ancora possibile risanare la tragica frattura contemporanea di politica e potere? Sappiamo che, in termini pratici, servirebbero istituzioni più rappresentative, più efficienti e più autorevoli, partiti riformati e trasparenti, forme di partecipazione che non siano mettere solo la firma mediatica sotto qualche spot televisivo (primarie comprese). Ma sappiamo pure che ciò non può bastare se non scuote alle fondamenta gli ideali egemonici di questi anni, di cui la destra si è fatta scudo. Serve altro, dunque, ben più radicale di scelte pratiche per quanto lucide e intenzionalmente efficaci. Per questo sono andato rileggermi un Cuperlo di qualche mese fa. Una relazione al seminario ‘Il mondo dopo la destra’. Lì, Cuperlo si poneva lo stesso medesimo problema del documento bersaniano e rifletteva sul “tema del potere”, su “dove si colloca, su “chi lo esercita”.  E concludeva che “la politica – se vuole riacquistare la sua autonomia – deve misurarsi con un processo che l’ha trasformata”. E badate: quando si parla di politica, ‘autonomia’ diventa sinonimo di ‘potere’.

Che cosa è successo in questi anni, in fondo? Il potere è ‘slittato’ dalla politica verso altre discipline e apparati. Più specialistici, settoriali, legati a interessi ristretti, personali, di gruppo, oligarchici. La destra ha favorito e sviluppato questo processo, l’ha coccolato, se n’è fatta ovviamente portavoce, perché l’etica individualistica che c’era sotto era un pezzo rilevante del suo ‘pensiero’. Ecco: il pensiero, ossia qualcosa di più largo di una pura rimodulazione pratica, di una riforma settoriale o contingente. Quello che la politica ha perduto, difatti, oltre alla propria autonomia rispetto ad altri poteri sempre più agguerriti, è proprio la capacità di pensiero. La forza, ad esempio, di esprimere un nuovo modello, alternativo a quello della destra. E così ha perso autonomia, e dunque potere. Con la destra, dice Cuperlo, “si è imposta una diversa visione della società, della persona e della democrazia”. Che non prevedeva, aggiungo io, né solidarietà, né senso di comunità o di collettività, ma solo una diseguaglianza onnivora, eccedente, esagerata, incongrua, insostenibile alla fin fine, per il sistema democratico. Una disuguaglianza che è diventata cultura, cardine di un pensiero che è poi maturato, si è rafforzato e ha prodotto un’egemonia diffusa, condivisa anche da chi non te lo saresti mai aspettato: i sottoproletari, i disagiati, gli ultimi che si illudevano di diventare, un giorno, i primi.

La politica perde potere, dunque, perché in questi anni il pensiero della destra ci ha convinti che l’uguaglianza è un appiattimento, le istituzioni democratiche una specie di tomba grigia, il pubblico solo burocrazia, il mercato una specie di paradiso, la democrazia solo chiacchiera, l’economia l’unica fucina di ricchezza e innovazione. Ecco. Non basta allora il toccasana della riforma elettorale a rimettere in sesto questa debacle egemonica di lungo corso. Né un po’ di cose pratiche, per quanto efficaci, a rivoltare il guanto. Non sarà il presidenzialismo, tantomeno il compromesso al ribasso con la destra, a risollevare le sorti della politica e il suo potere. Ma un nuovo modello (di pensiero, di vita, di ridistribuzione delle ricchezze e delle risorse), una nuova egemonia insomma, che potrebbe avere (e avrà) tempi medio-lunghi. Nel frattempo, non ci si illuda che per battere l’impotenza della politica basti il contraccolpo rapido di una legge semi (o tout court) presidenzialista. Semmai l’effetto sarebbe esattamente il contrario, perché rafforzerebbe un’idea cardine di questi decenni: non la politica ma un uomo solo in fuga, un Individuo Che Buca il Video, un Capo dotato anche di personali risorse economiche, un uomo che seduce e ‘decide’ senza tanti rompiscatole attorno e che mostra di esser capace di prendere il toro per le corna. No, non è così. Non sarà mai così. Sapevatelo. Se non si riparte dalle istituzioni, dalla partecipazione, se non si ritorna a un modello democratico ampio, rigenerante, se i partiti muoiono, se non si riacquista un po’ di potere perduto, c’è poco da fare. L’uomo solo, al massimo, ci guida diritti verso un baratro. E noi ciechi dietro.

 


8 aprile 2010

Ville Arcoré

 

La forma di governo, in ordine di tempo, è l’ultimo oggetto del contendere. Un po’ tutti sentono la necessità di riforme, che appaiono in effetti inderogabili. A Berlusconi per primo, intento tra l’altro a stravolgere di fatto le istituzioni (Parlamento in primis), in attesa di mutarne l’assetto e il ruolo anche da un punto di vista formale. Il premier deve trovare un bandolo che lo conduca indenne al 2013 (o anche prima) con le carte in regole per essere rieletto, oltre l’attuale impasse e la evidente perdita progressiva di aura. L’opposizione sbaglierebbe a restare cieca e muta, limitandosi a segnalare i pericoli dell’operazione (che pure ci sono). L’Aventino sarebbe sostanzialmente un lasciapassare, un pericoloso segnale di impotenza politica.

Il Cavaliere vorrebbe l’investitura popolare, vorrebbe scavalcare le prerogative del Parlamento, per insediarsi al centro del sistema come una specie di Re Sole. Il Presidenzialismo senza (o quasi) contrappesi gli andrebbe benissimo. Se non che, le ultime regionali lo hanno un po’ rintuzzato. La Lega, oggi, è il vero dominus del centrodestra. E Berlusconi, in considerazione di questo, è costretto ad accettare l’offerta di una specie di presidenzialismo dimezzato, un semipresidenzialismo appunto. Si tratterebbe di fatto di una possibile diarchia, di un’eventuale coabitazione tra lui stesso e un possibile referente della Lega a Capo del Governo, Tremonti per dirne uno. Anche messa così, ovviamente, la diarchia resterebbe ancora accettabile, e rientrerebbe perfettamente nel suo disegno di potere, per di più se si lasciasse in vigore il Porcellum, che attenua ulteriormente la capacità di manovra e l’autonomia del Parlamento.

Può la sinistra restare a guardare? Limitandosi soltanto a segnalare i pericoli della situazione? Direi proprio di no. Le riforme sono davvero inderogabili. Purché si salvaguardi il senso della politica, il ruolo del Parlamento, si combatta la deriva populista e si concedano poteri all’esecutivo e al premier senza perciò rimetterci in termini di democrazia effettiva e di tutela delle istituzioni. È difficile, ma lo status quo non esiste e gli altri sono già al lavoro.

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